Gli acufeni: da dove originano?

Come ben sanno tutti, l’acufene è la percezione di una sensazione uditiva anomala in presenza di stimoli sonori, e si identifica con ronzii, fischi o fruscii. Oltre 3 milioni di italiani soffre di questa patologia, circa il 10% della popolazione, e di questi il 2% lo considera una vera e propria tortura, debilitante nella vita privata e lavorativa. Può essere associato a vari disturbi, in primis all’ipoacusia, ma anche all’ipertensione, al diabete, all’occlusione della carotide, ai dolori cervicali. Moltissime sono le cause scatenanti, e sono tutt’ora in fase da studio da medici esperti; ma cosa succede concretamente nella nostra testa? É un suono che ci immaginiamo?

La risposta è NO: il cervello purtroppo produce questi rumori in relazione alla mancanza di stimoli sonori provenienti dall’orecchio. Ma procediamo con calma.

Da sinistra a destra: padiglione auricolare, condotto uditivo, membrana timpanica, martello, incudine, staffa, coclea, nervo uditivo.

Le onde sonore arrivano al padiglione auricolare, vengono incanalate dal condotto uditivo e “sbattono” contro il timpano. Dalla sua vibrazione, ne scaturisce il movimento di martello, incudine e staffa, che a loro volta attivano la funzione cocleare, muovendo le cellule cigliate che sono al suo interno. In questa fase le onde sonore vengono convertite a segnali elettrici, e mandati al cervello tramite le fibre del nervo uditivo, i nuclei uditivi del tronco encefalico, alle reti neurali e infine alla corteccia uditiva.

I primi studi che sono stati fatti sugli acufeni, davano erroneamente la causa della loro comparsa a una anomalia della trasmissione del suono dalla coclea al nervo acustico. Vari sono stati gli esperimenti eseguiti per confermare l’ipotesi: ad esempio, su alcuni pazienti è stato reciso il nervo acustico, ma anzichè migliorare la situazione, l’acufene è decisamente aumentato. Ecco che, negli ultimi anni, si è scoperto che la vera origine è nell’elaborazione che avviene tra nervo e corteccia uditiva.

Quando il suono viene meno a causa della morte delle cellule cigliate, l’attività viene ridotta tra i neuroni dei centri acustici del tronco encefalico. I centri uditivi hanno un tempo di attivazione (quando il suono arriva) e un tempo di inibizione (quando il suono è ormai passato, e si devono preparare per ricevere un altro impulso). Se lo stimolo sonoro è debole, l’equilibrio tra le due azioni viene rotto, e vi è un’intensa attività prodotta dai vari organi per potenziare e attivare lo stimolo: ecco che la sovraproduttività che si attiva per compensare ciò che si è perduto, si traduce in acufene.

Possiamo affermare che, a causa del collegamento delle vie uditive con aree non acustiche del cervello, specialmente con l’amigdala e l’ippocampo, il potenziamento dello stimolo di cui abbiamo parlato prima va a “influenzare” anche questi organi che riguardano l’elaborazione delle emozioni: ecco perché le persone che soffrono di questo disturbo, spesso esprimono ansia, depressione e insonnia.